Pesaro, l’Ospizio San Benedetto. Inediti e curiosità

Pesaro San Benedetto

a cura di Simonetta Bastianelli

Questo articolo è un adattamento del testo pubblicato sul numero 3 di “Promemoria”, dedicato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Leggilo sulla rivista per approfondire e per scoprire di più sulla vita dell’Ospizio San Benedetto di Pesaro.

 

Pesaro, il San Benedetto
Pesaro, maggio 2014. La facciata del San Benedetto, dettaglio (foto C. Ortolani)

Da molti anni in disuso, resta uno dei luoghi più cari alla memoria della città di Pesaro: l’Ospedale Psichiatrico San Benedetto – per tutti il Manicomio, termine politicamente scorretto quanto inequivocabile – è stato oggetto di studi, mostre, indagini fotografiche, meritandosi anche un romanzo per la vivace penna di Paolo Teobaldi (Il mio manicomio, edizioni E/O, 2007).
Altri soldati entrarono per Porta Rimini aperta, a quanto raccontano, dal dottor Agostino Sbertoli, vicedirettore del vicino Manicomio di San Benedetto (A. Ghiandoni, La liberazione della provincia di Pesaro e Urbino nel 1860, “Studia Oliveriana”, 1954): tra le delizie dell’antico Barchetto pensato da Girolamo Genga per i duchi di Urbino, dove trovarono riparo le malinconie di Torquato Tasso, e gli echi dolorosi del Manicomio, inaugurato nel 1829, i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia offrono lo spunto per aggiungere qualche nota su questo complesso così carico di storia.
Per maggiori approfondimenti rimandiamo alla bibliografia citata in calce, ricordando qui che tra i direttori del San Benedetto vi fu nel 1871 anche l’antropologo e criminologo Cesare Lombroso, la cui partenza, scrisse il “Diario del San Benedetto in Pesaro”, fu dispiacevole, e così inaspettata da non potersi raffigurare. Da lui sembra aver quasi ogni cosa mutato d’aspetto, prosegue la rivista, fondata dallo stesso Lombroso, sotto la cui guida l’ospedale pesarese, già piuttosto rinomato, divenne una delle migliori strutture italiane per la cura dei malati di mente.
Nel 2011 si è ricordato anche il centenario della morte di Pellegrino Artusi, gastronomo e intellettuale che nella sua raccolta di ricette ha codificato per primo la tradizione culinaria nazionale. Tra il 1855 e il 1876, anno della morte, sua sorella Geltrude fu ricoverata al San Benedetto: poche righe dal suo libretto nosografico, conservato presso l’Archivio di Stato di Pesaro e Urbino, restituiscono almeno a tratti la struggente storia di questa donna, una tra le tante, appassita tra corpetti di forza e cure devastanti in una situazione che in meno di cinque anni la portò alla demenza completa e allo stato di abbrutimento.

Infine, una serie di fotografie scattate nel Settembre 2011 e il recente progetto per la sistemazione dell’area completano i frammenti presentati di seguito, a documentare con rapidi sguardi le articolate vicende architettoniche dell’Ospizio di San Benedetto (c.o.).


Sulla costruzione dell’Ospizio San Benedetto di Pesaro
(dallo Statuto del 1851)

Pesaro San Benedetto
Pesaro, settembre 2011. Uno dei cortili del San Benedetto (foto C. Ortolani)

Monsignor Benedetto Cappelletti, che fu poi Cardinale, venuto a reggere nel 1823 questa Provincia concepiva tosto la generosa idea d’istituire in Pesaro un grande Ospizio in cui fossero custoditi, e curati tutti quei miseri della Provincia stessa che perdessero il senno. Col favore di molti Magistrati delle varie Comuni e specialmente del Gonfaloniere di Pesaro Conte Cassi e aiutato dalle elargizioni munifiche del Pontefice Leone XIII poté intraprendere l’impresa: acquistavasi per la Provincia il soppresso convento del Carmine in un con le case che gli si univano, ed ivi ebbe principio il Pio Stabilimento. Ed invero il prescelto luogo rispondeva ottimamente all’oggetto, imperocchè oltre il vantaggio di essere quasi isolato, perchè posto all’estremo della città, godere di liberissima aria, offre eziandio non comune piacevolezza di svariatissime prospettive. Difatti da un lato vedonsi i giardini del Parchetto, e le discoste colline da fronte gli Orti Giulii… fioriti, e boschivi riparti; da un altro lato la maggior via che mette a Porta Rimino, e più addietro le belle sponde dell’Adriatico e i due piccoli monti Accio ed  Ardizio che al porto-canale fanno ala da ambo le parti. Certo che niun edifizio può per miglior postura scoprir tanto de’ dintorni e spaziare per tanta varietà di dilettevoli vedute. Né la fabbrica stessa quantunque cresciuta a più riprese, offre aspetto meno gradevole ai riguardanti o commodità troppo scarsa ai reclusi; che nella maggior sua fronte essa presenta tre ingressi bene ornati e capaci. Pel primo si va alla parte abitata dagli uomini; pel secondo in quella che da ricetto alle donne; il terzo mette alla Chiesa. Il lato che guarda la via del corso s’innalza assai decorosamente per quattro impalcature ed ivi è l’ingresso agli uffici; gli altri lati rispondono sugli attigui giardini.

Dell’interno diremo brevemente. A piano terra larghi cortili circondati da portici; luoghi di refezione, di lavoro, di ricreamento. Nel piano superiore corridoi spaziosi, e ottimamente arieggiati; camere libere, nette, salubri; molte di queste compite a modo signorile, alcune ad uso di biblioteche, di bigliardo, di pianoforte e di altre giocondità; tutto insieme l’edificio capace per circa trecento persone. Nel febbraro adunque del 1828 il novello manicomio che dal suo benemerito istitutore ha preso nome di San Benedetto, si aperse a pietoso e salutare ricovero di quei che perdettero la ragione. Ma lo stabilito locale non bastando in allora ad accogliervi che circa 40 di questi infelici, numero purtroppo ben ristretto a compiere il grande proposito; e succeduto frattanto al governo della Provincia medesima, che restituivasi allora all’onore di Legazione, il Cardinale Giuseppe Albani, questi ne ordinava l’ingrandimento, e disponevalo a miglior perfezione dandogli a Medico-Direttore il chiarissimo ed emerito cav. Domenico Meli… e, onde i reclusi avessero commodità di diporto nel loro stesso recinto, elargivagli a pio legato con atto di testamentaria disposizione la proprietà dell’annesso terreno il Parchetto, il quale (già un tempo giardino e luogo di delizia dei Duchi Rovereschi) conserva tuttora la casa che fu dimora di Bernardo e di Torquato Tasso.

  

Pesaro San Benedetto
Pesaro 2011, il San Benedetto. Interno (foto C. Ortolani)

1847. Ampliamento della parte meridionale dell’Ospedale. La Deputazione del Pio Stabilimento stabilì l’acquisto di diversi caseggiati che fiancheggiavano la contrada del Parchetto ed una buona parte del vicolo del Sesino  per offrire un dovuto e più conveniente ricovero degli alienati il cui numero cresceva costantemente e per eliminare ogni ostacolo che avrebbe potuto frapporsi con  i proprietari delle case alla chiusura indispensabile della contrada per l’immediato accesso al Parchetto, che sarebbe divenuto parte  dello Stabilimento, come luogo di delizia e di passeggio per i ricoverati. Avendo ottenuto la concessione della strada e dell’annesso viottolo dal Comune  …la Deputazione per aumentare la magnificenza di un tale Stabilimento che già primeggia fra gli altri dell’Italia, e forma decoro alla città e alla Provincia, si è fatta sollecita di ordinare un progetto di ampliazione e sistemazione del medesimo… Nelle unite planimetrie si offre il dettaglio dello scomparto e l’estensione della progettata costruzione, essendosi omesso il disegno dell’alzato e di spaccati interni, poiché i due nuovi bracci non sono che una semplice continuazione in accompagno degli esistenti, colla medesima altezza e larghezza dei piani rispettivi e con perfetta euritmia tanto nel prospetto esterno che in quello interno di fronte al cortile degli uomini. La lunghezza totale della nuova fabbrica, nella parte che volge a mezzogiorno di fianco alla strada del Parchetto, è di m. 40,60 e giunge fino all’imboccatura della via Mamolabella, ove si è non ha guari eretto il muro di chiusura; il braccio di Levante misura  m. 38,80 e la parte che piega a tramontana pel vicolo del Sesino risulta di m. 16,70. L’area occupata è di proprietà dello Stabilimento, e solo si eccettua una piccola frazione appartenente ad un laccio di 5 casette che occorrono in addizione all’acquisto fatto, onde prolungare il braccio intermedio fra il quarto degli uomini e quello delle donne, da cui debbono avere queste un separato accesso al Parchetto…

Pesaro San Benedetto
Pesaro 2011. Il San Benedetto, interno (foto C. Ortolani)

Per rendere nel piano terra la dovuta comunicazione al quartiere delle donne colla strada di accesso al Parchetto, si rende indispensabile aprire il passaggio per l’attuale cucina, che viene distinta in pianta col n. 25 e si propone quindi la collocazione della nuova cucina, che occorre alquanto più ampla, nel braccio di mezzogiorno al n. 1, in rosso. Annesso alla medesima dev’essersi il cucinotto in cui vi corrisponde il pozzo e quindi appresso la dispensa con luce ambedue dal cortile degli uomini, che si rende quadrato formandovi il portico anche lungo il vicolo del Sesino ove attualmente vi è un semplice muro di cinta. Prossimi alla cucina vi sono 2 refettori; quello delle donne al n. 2, in rosso e l’altro degli uomini è ricavato dagli ambienti 11, 12 e 13 mediante la demolizione di due muri divisorii ai quali si sostituiscono due arcate per sostegno delle intramezze del piano superiore. I nn. 8, 9 e 10 lateralmente alla nuova scala sono destinati ad uso di magazzini per legna e carbone con accesso anche dalla strada del Parchetto mediante il retro posto corritojo. In fondo al nuovo braccio presso la strada della Mamolabella si hanno due vaste sale per collocarvi i telari poste in comunicazione con 2 arcate da chiudersi con cancelli, alle quali si accede per altra sala di fianco al refettorio che viene destinato ad uso di filatoio. Annessa alle dette sale, ove si trattengono le dementi nella maggior parte del giorno, vi rimane un piccolo avanzo di casa che non si occupa col nuovo braccio della fabbrica, il quale si presta opportunamente per stabilirvi una latrina, essendo l’altra delle donne molto lontana ed in fondo all’Ospizio, presso l’angolo del Borgo.

Il piano superiore a cui si ascende a mezzo di una nuova scala di contro all’ingresso principale degli uomini, è totalmente a servizio dei Comuni, ai quali mancano principalmente dei dormitoii per tenervi separati i Cronici dai Convalescenti; ed un locale piuttosto vasto per trattenimento nell’inverno. I vani sono venti, compresa la scala ed un corritojo con luce del cortile e da ambedue le estremità, il quale continua anche lungo il braccio di mezzogiorno. Dal n. 1 al n. 6 sono tutte camere da letto per i Comuni e per un inserviente di guardia e i nn. 7 e 8 servono per trattenimento e sono posti in comunicazione mediante due arcate con cancelli come si è proposto nel piano inferiore per le sale dei telari. Lateralmente alla scala si osservano quattro dormitorii, due dei quali per i convalescenti, e due altri per i Cronici  con due camerette annesse posteriormente alla detta scala, per i rispettivi custodi. Gli altri 4 ambienti, che rimangono di tutto il piano, si ritengono per collocarvi i dementi furiosi o per quelli che occorre far dormire separatamente.

Tanto nel piano terra che nel superiore viene a togliersi la latrina dai nn. 13 e 17 in causa della collocazione del refettorio per gli uomini in prossimità della nuova cucina, e si propone la costruzione di una nuova latrina ai nn. 20, 21, 22 e 23 del piano terra e al n. 61 del superiore, dividendo quest’ultimo vano in due, onde serva separatamente tanto per i Pensionarii che per i Comuni.

Pesaro San Benedetto
Pesaro 2011. Il San Benedetto (foto C. Ortolani)

…Tutto il piano terra verrà coperto con volte di mattoni in foglia, a risparmio dei soffitti per maggiore solidità e perché riesca maggiore altezza…come vedasi praticato nei tre bracci che circondano il cortile degli uomini. La volta del nuovo porticato sarà fatta a crociera come quella dei laterali, le altre interne saranno parte a botte e parte a schifo…

Pesaro 24 novembre 1847. L’ingegnere provinciale Enrico Ionj.

 

 

 


Un’ora nel manicomio

Sarebbe pur bella cosa portarsi a visitare uno dei più bei edifici di Pesaro il Manicomio di San Benedetto. Luogo superbo e magnifico, che sembra rappresentare un palazzo Ducale…Quando si è entrati, all’ingresso si osserva in primo luogo, dopo l’atrio, una gran sala d’aspetto, che ha tutt’altra forma che di sala, ma bensì d’un anfiteatro, luogo in cui ben spesso si danno lezioni pubbliche a vantaggio di tutti gli alienati; è questa sala ornata di molte figure, e decorata di molti stemma dei comuni circonvicini, e di ritratti dei più celebri alienisti italiani; una cupola che conduce sopra un terrazzo dell’appartamento del Direttore serve di luce, e con architettura di ottimo gusto; quindi si passa da due porte laterali, una al comparto degli uomini, e l’altro a quello delle donne; questi comparti sono graziosi per i giardini, e dei loggiati che coronano questi bei giardinetti, senza calcolare inoltre il vasto parco, che oltre ad essere di smisurata grandezza non manca di presentare una figura bizzarra, e non vi è vacuo che non sia ben coltivato e prodottivo. Ivi, lunghi viali servono di passeggio e di passatempo, e magnifici pini ed altri alberi forestieri danno fresca ombra; le verdi zolle formano gran tappeti gai, sovrastando in mezzo un bellissimo giardino in forma di circolo con fiori olezzanti che spirano soavi odori, rende tutto ciò una gran sensibilità….Tutto vi è comodo in questo stabilimento, e molto diversivo, come corridoi sale di trattenimento, scuole, musica biblioteca e passando alle arti che vi si esercitano con piacere, le maggiori, e molto utili, sono il sarto, il calzolaio, fabbro, falegname, giardiniere, tessirandolo, ecc. Ognuno che sia alquanto stabilito in salute può bene addestrarsi… per non rendersi cattivo nell’ozio; di quando in quando poi per maggior disvagamento resta l’accesso libero per recarsi codesti alienati in buon numero fuori a fare delle passeggiate, fatte ordinatamente sotto la veglia degl’infermieri.
Un grande edificio a parte serve per gli studi anatomici e per le arti e quanto prima vi sarà impiantata ancora una lavanderia, che si sta costruendo… La cucina poi è tutta costruita di ferro fuso di recente venuta da Parigi con molti comodi e conserve di acqua calda…. (“Diario del San Benedetto in Pesaro”, Novembre 1872).

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“Se non nuoce alla cura”. Piettanze e compensi in denaro

Prima classe – Alienati Comuni
Colazione: Pane e vino, ovvero Zuppa al brodo
Pranzo: Minestra, lesso, una piettanza; pane e vino
Cena: Piettanza, o insalata, e frutti; ovvero Zuppa e piettanza; pane e vino
Seconda Classe – Alienati Pensionarj
Colazione: Caffè col latte, cioccolata, od altro che loro aggrada, e crostini di pane
Pranzo: Minestra, lesso, due piettanze, formaggio e frutti, pane e vino, e appresso Caffè, se non nuoce alla cura
Cena: una piettanza, insalata ovvero Zuppa al brodo, formaggio e frutti, pane e vino

Impiegati
Colazione: Caffè col latte, o col cioccolato, e crostini di pane
Pranzo: Minestra, Lesso, una piettanza, formaggio e frutti; pane e vino
Cena: Piettanza, insalata e frutti; pane e vino

Il Cappellano in quei giorni che fosse obbligato di rimanere all’Ospizio per l’assistenza di qualche moribondo, sarà trattato secondo la indicata norma.

Inservienti
Colazione: Pane e vino
Pranzo: Minestra, lesso, una piettanza; e pane
Cena: Pane e vino
 n.b. Invece della piettanza per la cena gl’inservienti ricevono un giornaliero compenso in denaro

 


 

Numero centoundici donne: Geltrude Artusi

Pesaro 2011. Il San Benedetto  (foto C. Ortolani)
Pesaro 2011. Il San Benedetto (foto C. Ortolani)

Negli stessi anni in cui la Storia abbatteva le mura che frazionavano il territorio italiano, spalancando le porte ai moti del tricolore, la storia privata di una donna sensibile si tingeva dell’ombra del muro della reclusione, dietro il portone di un nosocomio.
Tra il 1855 e il 1876 il San Benedetto ospitò Geltrude Artusi, sorella di Pellegrino, il celebre gastronomo di Forlimpopoli. Sconvolta dall’irruzione nella propria casa del Passator Cortese, Geltrude soffrì anche i maltrattamenti del marito, e fu ricoverata presso l’istituto pesarese, all’epoca ritenuto una delle più avanzate strutture italiane per la cura delle malattie nervose. Per quanto a me consta la donna non è pazza; un profondo dolore la domina e la opprime, scrive il suo medico al direttore del San Benedetto. Ammalatasi di colera nel 1856, Geltrude morirà nel 1876, per le complicanze di una bronchite contratta molto tempo prima. Già dal 1859 la demenza nell’Artusi era completa; nel Febbraio 1868 è giunta sino allo stato di abbrutimento. Di seguito è la trascrizione di parte del Libretto nosografico dell’alienata Artusi Geltrude in Medri da Forlimpopoli d’anni 26, possidente maritata, ammessa il giorno 16 luglio 1855, affetta da mania. Riconosciuta affetta da demenza semplice per causa di spavento e per mali trattamenti del marito; n. 111 donne.

Bertinoro 14 luglio 1855. Il dottor Domenico Forti al direttore dell’Ospedale San Benedetto di Pesaro, dottor Domenico Meli
Credo non sarà mal fatto di esporle un breve dettaglio delle circostanze che hanno influito sul morale della donna che si affida alla di Lei esperimentata capacità.
Nella famiglia, i di lei genitori la predilessero per le amabili di lei qualità, e ricevette una educazione fors’anche superiore alla di lei origine. Dotata di una straordinaria sensibilità, si commoveva anche per cause insignificanti.
Alla occasione che la Banda del Passatore invase Forlimpopoli, ove era nata, ed ivi viveva coi suoi, sentendo che per sorpresa erano entrati nella propria casa onde imporre una contribuzione di alcune migliaia di scudi, gelosa del proprio onore, le riuscì di porsi in salvo sortendo seminuda per i tetti in una notte d’inverno, ove per lungo tempo dovette soffrire le più dolorose angustie. Questo fatto suscitò nel di lei sistema tanto suscettibile un orgasmo nervoso che di frequente stabiliva in lei scosse convulsive che la facevano soffrire altamente, talché era costretta condurre una vita infelice. Per disgraziata combinazione la famiglia andò a stabilirsi a Firenze; colà pure soggiacque spesso agli stessi incomodi nervosi per cui…le consigliarono di ritornare all’aria nativa e le fecero sperare che il matrimonio fosse l’unico mezzo di salvarla.
Questo matrimonio ebbe luogo, ma …capitò in una famiglia di campagna gente rozza, di maniere del tutto in opposizione all’ordinario di lei vivere, che le di lei gentile carezze venivano contraccambiate con modi villani, che infine per una mala intesa avarizia venne trattata dal marito con brutali percosse in occasione che dava per carità qualche pane a poveri. Un tale operato portò in campo tutta la scena nervosa che da qualche tempo era sopita, e che per i primi tre mesi di matrimonio non erasi mai manifestata… Quell’orgasmo nervoso divenne costante, per cui si è trovato necessario, anche per suggerimento dei genitori, di collocarla nel manicomio da Lei con tanta sapienza diretto, unico mezzo di allontanarla dagli autori della di lei disgrazia… Per quanto a me consta la donna non è pazza; un profondo dolore la domina e la opprime; disgustata dal marito, eppiù dal cognato non può vivere che …ritirata nella propria stanza… o vagante per la campagna… è sempre molto taciturna ma, interrogata, risponde sempre a proposito e categoricamente.
Sono poi in obbligo di prevenirla che, per indurla a montare il legno per condurla nel luogo destinato, si è usata una finzione che può molto influire su questa infelice; attaccatissima ad un di lei fratello che attualmente trovasi a Firenze per nome Pellegrino, che nelle sue disgrazie lo ha sempre desiderato, le si è fatta pervenire una di lui lettera colla quale le fa credere che trovandosi a Firenze desidera che si vada da lui e che nel caso non fosse più a Firenze, si trasferisse a Bologna ove interessi di commercio lo chiamavano. Ciò era nell’idea di condurla a Imola, ma preferendo io il manicomio di Pesaro, perché so esservi a capo il professor Meli al quale professo alta stima, si è cambiato alla donna avviso e le si è dato d’intendere che Pellegrino è dovuto andare in Ancona e che però ella deve variare itinerario e portarsi a Pesaro ove si congiungerebbe col fratello. Avvertita di un inganno sì marcato e vergognoso è indebitato che sdegnerassi e può addivenire benissimo che accada quello che non è fin qui.
Valgasi quindi di queste cognizioni per affermare alla medesima che Pellegrino è in verità passato per Pesaro e che essendo andato in Ancona le ha intanto ritrovato quella casa ove ha stabilito per lei una dozzena, e che ogni giorno può essere di ritorno, e che avrà la consolazione di abbracciarlo, e ricevere i di lui consigli. Forse con tali lusinghe può essere che la illusione continui senza portare altro nuovo pregiudizio.

 

San Benedetto, Pesaro
Pesaro, 2011. Il San Benedetto: vista da Porta Rimini (foto C. Ortolani)

 

Fonti e tracce
Archivio di Stato di Pesaro e Urbino: Fondo Manicomio provinciale San Benedetto, Pesaro; Archivio sanitario ex Ospedale psichiatrico provinciale San Benedetto, Pesaro; Fondo Amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino
Ugolotti, L’assistenza agli infermi di mente in Italia, La Grafica, Pesaro 1967.

Per saperne di più:
Tornati, L’Ospedale provinciale de’ mentecatti in Pesaro, in L’Ospedale dei pazzi di Roma dai papi al ‘900, vol. II, Roma 1994.
Riboli, Dal manicomio all’ospedale psichiatrico all’assistenza psichiatrica territoriale nella provincia di Pesaro-Urbino, in Bianchini-Riboli-Tornati, Breve storia del maniconio “San Benedetto” di Pesaro dalla fondazione all’istituzione del dipartimento di salute mentale
Giovannini, Il San Benedetto. Storia del manicomio pesarese dalle origini alla grande guerra, in “Città e Contà”, rivista della Società Pesarese di Studi Storici, n. 27, 2009

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