Una ‘Bolognese’ a Parigi

Questo articolo è stato composto per Promemoria n. 2

La testimonianza del professor Urso e della sua Famiglia è stata raccolta, insieme con gran parte delle immagini pubblicate, in occasione della stesura del volume Pesaro, la moda e la memoria, I edizione (2008). Grazie come sempre a coloro i quali ci hanno ‘prestato’ immagini, storie e ricordi

Bolognese Pesaro 1935

Pesaro, 10 Ottobre 1935. Prima Paganelli sfoglia “Harper’s Bazaar” (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

Signore Clienti Aristocratiche. Mode, Metropoli francese. Costosa attrattiva. Non esagera Prima Paganelli, la Bolognese, nel rimarcare le esigenze delle habitué della sua sartoria. Da una decina d’anni, ormai, le pesaresi di un certo rango non vestono se non dalla ‘Primetta’, così chiamano affettuosamente questa energica signora del cui gusto non saprebbero più fare a meno. Personalità magnetica, lungimirante intelligenza, mani abilissime nell’intuire il potenziale stilistico di linee e tessuti, all’epoca nella quale stende la relazione sull’attività della “Sartoria Bolognese per Signora” citata in apertura Prima Paganelli si è da tempo conquistata un posto di tutto rilievo nel panorama cittadino, sconfinando dalla moda al costume (alla leggenda?). Ancora nei nostri tempi distratti dire Bolognese significa a Pesaro parlare di eleganza sopraffina, confezionata con la stessa materia dei sogni. Effettivamente la ‘Primetta’ addomestica l’allure parigina di Chanel, troppo magra, eccessivamente rarefatta per le italiche silhouettes delle signore che popolano Capobianchi, che al “Duse” appena inaugurato applaudono sussurrando Pirandello e la sua giovane musa Marta Abba, che al mare, come nelle “Bellezze al bagno” di Mack Sennett, esibiscono braccia e gambe ben tornite sotto verecondi calzoncini (il cinema-teatro “Duse” di Pesaro fu inaugurato il 12 ottobre 1926 con una recita dei Sei personaggi in cerca d’autore, messo in scena da una compagnia di attori di primo piano, tra i quali Camillo Pilotto e Marta Abba, alla presenza dell’autore Luigi Pirandello; “L’Ora”, 17 Ottobre 1926).

Prima Paganelli Pesaro anni 30

Pesaro, anni Trenta del ‘900. Prima Paganelli, la ‘Bolognese’, sulla scalinata dei Bagni Pubblici (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

In quegli anni Trenta della moda autarchica, del lanital al posto della lana e del cotone-non-cotone tessuto con le fibre di ginestra, farsi almeno l’abito da sposa o il tailleur da cerimonia dalla Bolognese è questione di prestigio, anche per figlie e madri notabili dei paesi dell’antico contado. Mia madre Adria [figlia di Giuseppe Andreatini, farmacista di Sant’Angelo in Lizzola] ricordava che il modello del suo abito da sposa, della Bolognese, veniva da Parigi (Agla Marcucci, Pesaro 2011). Nessuna delle pur brave sarte cittadine può competere con la Paganelli, anche perché nessuna dispone di un atelier come il suo, dove drappeggi di seta alla Vionnet, piume e divagazioni in forma di acconciature diventano improvvisamente accessibili tra i rinfreschi della pasticceria Gino; dove, soprattutto, lemannequin (più che altro lavoranti dal portamento altero) hanno l’aura di chi a Roma ha sfilato all’Excelsior, con tanto di partenze e rientri tra mille bauli.

Per di più la fama della Paganelli – Ah, la Bolognese…! – è corroborata dalla stima di personalità d’alto rango. A Venezia serviva nel Ventennio, tra le altre, la famiglia del prefetto; e poi la contessa Prampolini e Sofia Badoglio, moglie del generale. Non manca tra i clienti celebri un’attrice come Vittoria Lepanto (1885-1964), diva del muto protagonista tra gli altri de Il piacere che, ricorda la pronipote Virginia, almeno dagli anni Trenta vestiva solo Bolognese. E chissà quanti bauli e guardaroba conservano ancora abiti contrassegnati con l’elegante etichetta in corsivo, su fondo nero per gli abiti scuri e bianco per quelli chiari.

Mia zia aveva imparato il mestiere nella Sartoria Policardi di Bologna, una delle principali della città. A Pesaro la sua attività ebbe la prima sede in via Manzoni. Successivamente si trasferì in via Rossini, nel palazzo della Fabbrica Scrocco, e quindi in viale Corridoni, all’angolo con viale Zanella. Qui è rimasta fino alla fine, al piano terra c’era il laboratorio, al primo piano la sartoria vera e propria con i salottini per le prove e gli specchi, i tessuti e gli accessori e al secondo l’abitazione. Mi ricordo ancora il numero di telefono, era il 268: la casa di viale Corridoni aveva appartamenti molto spaziosi, circa duecentotrenta metri quadrati per ogni piano(Luciano Urso, Bologna 2008).

Attenta all’immagine la Bolognese ci guarda dal predellino della sua Lancia Artena, si presenta al fotografo assorta tra le pagine di “Harper’s Bazaar” o, ancora, sorride sotto una toque, il viso illuminato dall’immancabile fichu bianco fermato da una spilla (chi meglio di lei conosce i segreti per ben figurare?).

Consapevole del proprio ruolo non manca di sottolineare i frequenti viaggi nella Metropoli francese – la costosa attrattiva di Modelli Parigini – inviando cartoline sapientemente distribuite tra le sue clienti più in vista, siglate con ampia grafia proprio con il nom de plume(“rafforzare il brand”?): dall’inesauribile raccolta di Maria Teresa Badioli, che nel 2009 le donò a chi scrive, sbucano per esempio le immagini presentate in queste pagine. L’Arco di Trionfo, l’Île de la cité, il Sacro Cuore, vent’anni di viaggi, in mezzo c’è una guerra, vent’anni di orgogliosa fedeltà al proprio mestiere. E chissà, forse anche un pizzico di vanità femminile, non sono poi molte in quegli anni le donne “amministratore unico”.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Al di là dell’atmosfera da telefoni bianchi e del profumo di riti d’antan particolarmente cari ai pesaresi (lo sciamare delle sartine fuori dalla villa al mare, le più belle popolavano i sogni dei ragazzi in attesa davanti ai cancelli – eh, già, la Bolognese…), queste cartoline suggeriscono di soffermarsi sui pur esigui documenti che attestano oggi l’attività della Società “Sartoria Bolognese per Signora”, per cogliere gli aspetti più concreti dell’impresa di Prima Paganelli, iniziata con pochi mezzi nella prima metà degli anni Venti, proseguita con crescente successo fino al 1969, un anno prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1970.

La Società anonima Sartoria Bolognese per Signora risulta fondata nel 1933 da cinque soci (Prima Paganelli, Lelio Agostini, Elvira Luca in Toni, Emidio Ciafré, Mauro Corinaldi, nessuno di loro è originario di Pesaro), capitale sociale 60.000 lire suddivise in 120 azioni, 22 delle quali appartenenti all’amministratrice unica Prima Paganelli. La signora Paganelli conferisce alla costituzione del capitale sociale una serie di oggetti mobili il cui elenco, al di là del freddo linguaggio dei verbali d’assemblea, ci consente di immaginare l’interno della sartoria che ha sede in via Rossini 18, nello stesso Palazzo Scrocco dove si lavoravano le fettucce di paglia: n. 6 macchine da cucire a pedale marca Singer; n. 10 tavoli grandi da laboratorio in legno abete non verniciati; n. 3 scaffali grandi da stoffa in legno abete verniciati in nocciola scuro; n. 1 bancone in legno abete verniciato in nocciola scuro; n. 1 macchina da scrivere Rojal [sic]; n. 1 scaffale da studio in legno rovere; n. 1 scrivania in legno rovere; n. 1 porta-pressa in legno rovere con pressa copia lettere, seggiole e banchetti varii.

Bolognese Pesaro 1934

Pesaro, 1934. Prima Paganelli sulla spiaggia insieme con alcune sue lavoranti, tra le quali si riconosce, prima a destra, Agridonia (Lola) Pescara (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

Appena entrata, ero poco più che una bambina, sono stata assegnata al tavolo del “leggero”, abiti e abiti da sera, soprattutto, sotto la direzione della signora Bianca, la paga era di 2 lire e 50 centesimi al mese (Geppina Moroni, Pesaro 2009). Non disponiamo di documenti al riguardo, ma le testimonianze concordano nell’affermare che nei periodi di maggior impegno la Sartoria Bolognese arrivò a impiegare fino a un centinaio di lavoranti, tra apprendiste e maestre, il cui lavoro era coordinato dalle première.

Da subito Prima Paganelli pone l’accento sugli aspetti critici del mercato nel quale opera: gli effetti dell’autarchia si sommano a quelli del crollo di Wall Street del 1929; ciononostante il bilancio per il 1933, prosegue la relazione già citata, dimostra come la nostra azienda, forte della sua eloquente esperienza di un passato movimentatissimo, si vada orientando verso una sistemazione della propria organizzazione più razionale e più rispondente alla presente situazione del mercato in genere, e alle condizioni di vita dell’ambiente in cui è costretta a svolgere gran parte della sua attività. Oltre alle difficoltà generali occorre infatti fronteggiare la concorrenza sleale del continuo moltiplicarsi delle piccole aziende artigiane, costituite il più delle volte da elementi usciti dai nostri laboratori, che approfittano delle relazioni e dei contatti avuti con la nostra clientela per portarsela via e sottrarci il lavoro,fenomeno che rappresenta una delle più gravi preoccupazioni e il più serio pericolo per l’avvenire della nostra azienda. […] Questa inevitabile concorrenza ha alleati formidabili come la mancanza di ogni gravame d’imposta, tasse e fitti di locali; la insignificante entità delle spese generali, di amministrazione, di propaganda ecc..

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Ma non si perde d’animo, la signora Paganelli e, per rendere meno gravi le conseguenze di questa inevitabile concorrenza, dirige sempre più intensamente ogni sforzo dell’azienda verso il mantenimento delle proprie relazioni con la clientela, andandole incontro con riduzione dei prezzi, con facilitazioni di pagamento ecc. È indubitabile che questo sistema se ha lo svantaggio di ridurre a limiti straordinariamente ristretti i margini di guadagno, ha peraltro il pregio di rappresentare l’unico mezzo pratico per evitare l’esodo della clientela. La strategia evidentemente dà i suoi frutti, e Prima Paganelli conclude assicurando i suoi quattro soci che il risultato economico di questo primo esercizio, pur non essendo dei più brillanti, rappresenta già un esito più che soddisfacente che spero valga a meritarmi la vostra approvazione: il bilancio 1933 si chiude infatti con un utile di 5.450 lire, che verranno così ripartite: £. 545 all’Amministratore Unico, £. 545 alla Riserva, £. 4.360 agli Azionisti. In verità ancora una volta le testimonianze aggiungono dettagli sostanziali, sottolineando nella storia della Sartoria Bolognese il ruolo decisivo svolto da Lelio Agostini, compagno di Prima, con lei sempre impegnato a sorvegliare il buon andamento dell’amministrazione della ditta.

Mantenere le relazioni con la clientela, per evitarne l’esodo. Fidelizzare il cliente, diremmo oggi. Nella relazione 1936 la Paganelli ribadisce che la spietata concorrenza di altri Laboratori i quali, non pagando imposte e non avendo le [nostre] esigenze tecniche di organizzazione e propaganda… praticano condizioni forse apparentemente più allettanti, ci costringe a ricercare su altre piazze lontane, con gravi sacrifici di disagio fisico e di rilevanti spese di viaggio, il lavoro che qui ci viene a mancare. Anche se lo spingerci a lavorare fino a Roma, dove pure siamo costretti a fronteggiare la concorrenza locale, riduce i nostri margini di guadagno quasi a zero, è pur vero però che soltanto così ci riesce di ammortizzare, in una larga cifra di affari, il grave carico di spese generali e industriali che per la nostra Azienda sono ormai un onere irriducibile.

Nel 1942 la Sartoria si trasformerà passando da Società anonima, una forma all’epoca corrispondente all’incirca a quella della nostra Società per Azioni a Società a nome collettivo (Snc). La nuova Bolognese, con sede in viale F. Corridoni 44, ha lo stesso oggetto della precedente società, ossia l’esercizio di un moderno impianto per laboratorio in confezioni da signora, l’acquisto di tessuti in genere, pelletterie ecc., ma è divisa stavolta in parti uguali tra Paganelli Prima e Agostini Lelio, che detengono ciascuno sessanta azioni sulle centoventi costituenti il capitale sociale di lire 60.000. Nella gestione della società la Sig.ra Paganelli Prima, che mantiene naturalmente la carica di amministratrice unica, dovrà dare la sua opera nel campo tecnico, ed il Sig. Agostini Lelio la propria nel campo amministrativo, senza compensi speciali per nessuno dei due. Nell’atto è riportato il bilancio al 31 dicembre 1941, che si chiude alla pari, con un totale attivo di 324.474,25 lire. Dato l’anno eccezionale, si legge nella relazione dei sindaci revisori, abbiamo ragione di ritenere che da parte dell’Amministratrice Unica sia stato fatto tutto il possibile per evitare una perdita di bilancio che riteneva inevitabile. Dobbiamo pertanto rilevare che l’opera della Amministratrice Unica è stata ispirata ai migliori criteri di sana economia. Davvero l’anno fu eccezionale. Nel Giugno 1940 l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania, e dal Settembre 1941 non solo abiti e calzature ma anche zucchero e pane erano generi razionati.

L’attività della sartoria fu sospesa intorno al 1942 ma poté riprendere nel periodo immediatamente successivo alla guerra grazie ad alcune casse di tessuti, fili e altri materiali previdentemente messi al sicuro dalla zia al momento dello sfollamento (Luciano Urso).

Originaria di San Lazzaro di Savena (non amava far sapere la sua età), Prima Paganelli, la Bolognese, scelse di riposare per sempre nel cimitero di Pesaro, fedele alla città che le aveva dato il successo.

Bolognese Pesaro anni Sessanta

Pesaro, anni Sessanta del ‘900. Prima Paganelli (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

 


 

Il professor Luciano Urso e la sua Famiglia

Prima e Luciano Pesaro anni Trenta

Pesaro, anni Trenta del ‘900. Prima Paganelli insieme con il nipote Luciano Urso (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

 Allo stato attuale delle ricerche non risultano documenti sull’attività della Sartoria “Bolognese” eccetto le carte conservate presso l’Archivio di Stato di Pesaro. Sono perciò doppiamente preziose le immagini e i ricordi di chi ha vissuto quegli anni: le notizie riportate in queste pagine ci sono state in gran parte fornite dal professor Luciano Urso, nipote prediletto della Primetta. E’ grazie alla sua memoria lucidissima che abbiamo ricostruito, almeno per sommi capi, la storia di Prima Paganelli: a Luciano Urso, scomparso all’inizio del 2011, dedichiamo queste righe.

Nata a San Lazzaro di Savena (Bologna), prima di quattro figli (oltre a lei, Pia, Ettore, Antonio), Prima Paganelli arriva a Pesaro nel 1923, registrata nei pochi documenti che ci restano come vedova di Ermenegildo Mattei. Chissà, magari passava a Pesaro per caso, le è piaciuta e ha deciso di fermarsi. Non mi meraviglierebbe, sarebbe stata una cosa degna di lei, sorrideva il professor Urso, figlio di Pia. Poco incline a farsi condizionare dagli eventi, che piuttosto volgeva a proprio vantaggio grazie a una volontà irresistibile, Prima Paganelli era donna di grande intelligenza, ma soprattutto di gran cuore. Io sono quello che sono perché c’è stata la zia: lei mi ha dato la possibilità di studiare medicina, una strada che volevo seguire sin dall’età di dodici anni, mentre i miei genitori avrebbero preferito che dopo la scuola industriale continuassi l’attività di mio padre, che aveva una piccola officina…La zia Prima si interessava sempre delle vicende di noi nipoti, si era presa il ruolo di paciere famigliare, spesso interveniva per mediare tra noi fratelli: quando c’era qualche attrito andavamo a Pesaro, lei aggiustava tutto e al ritorno quello che sembrava un dramma diventava una cosa semplice, era tutto risolto. Il primo viaggio della mia vita, all’età di cinque anni, è stato proprio per raggiungere la zia Prima a Pesaro: mi hanno ‘caricato’ sul treno e mia madre mi ha affidato a una passeggera, chiedendole di farmi scendere una volta a destinazione. Quando mi sono laureato mi ha regalato un vaso d’argento con la dedica, era molto orgogliosa della mia laurea. Le piaceva far sposare i nipoti, tra l’altro ha contribuito a organizzare il mio matrimonio, infatti mi sono sposato nella chiesa di Cristo Re. Io ero il primo nipote, e la zia Prima aveva un affetto speciale per me.
E speciale era anche il rapporto che Prima Paganelli aveva con i pronipoti, che d’estate, conclude Roberto, affollavano il giardino della villa di viale Corridoni: Noi abbiamo sempre trascorso le nostre estati a Pesaro, e tuttora io e la mia famiglia, appena abbiamo qualche giorno libero preferiamo trascorrerlo in questa città così piena di ricordi per noi. Eravamo sette nipoti, e tutti i pomeriggi ci ritrovavamo a merenda nel giardino della sartoria, in viale Corridoni. Senza contare poi il ‘rito’ della pesatura: la ziona ci metteva sulla bilancia appena arrivavamo e quando ripartivamo, per vedere la differenza… Era una persona estremamente generosa, aveva sempre qualcosa per tutti, ha aiutato molte persone, sempre con grande riservatezza.

Dettaglio abito viola

Dettaglio di un abito della Sartoria Bolognese, anni Sessanta del ‘900 (raccolta Famiglia Urso, Bologna)

 


 

Agridonia Pescara – dall’archivio di Fausto Schiavoni

Agridonia Lola Pescara

Pesaro, Agridonia (Lola) Pescara indossa un modello della ‘Bolognese’ (fotografie di Mario Schiavoni, archivio Fausto Schiavoni, Pesaro)

Pescara Agridonia di Pietro e Rosina Mantovan, nata a Donada il 9 Marzo 1907. Statura metri 1,75. Passaporto per la Francia rilasciato dalla Questura di Pesaro il 16 Gennaio 1934 per comprovati motivi di commercio, valido fino al 15 Luglio 1934.
Oltre a essere per diversi anni impiegata nel settore amministrativo della Sartoria Bolognese, tra la metà degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del ‘900, Agridonia Pescara, più conosciuta come Lola, almeno nel 1934 (ma quasi sicuramente in più occasioni) accompagnò la signora Prima Paganelli nei suoi viaggi a Parigi. Se in patria Lola Pescara si prestava volentieri a far da modella, ben figurando nelle sfilate o nelle fotografie grazie alla sua statura e al suo bel portamento, nelle trasferte parigine dispiegava anche la sua abilità di disegnatrice: mia madre, ricorda Fausto Schiavoni, aveva una buona mano per il disegno, e quando assisteva alle sfilate insieme con la signora Paganelli prendeva appunti, per riproporre modelli e tagli alle clienti della sartoria. Un talento, quello del disegno, che mia sorella Alba ha ereditato.
Come abbiamo avuto modo di scrivere in altre occasioni, Fausto ha invece ereditato la vocazione paterna alla fotografia: singolare figura il cui ingegno vivace spaziava dalla chimica alla filosofia alla musica, Mario Schiavoni (1903-1955) catturò, con il suo occhio di fotografo attento e curioso, angoli e volti della Pesaro degli anni Trenta – Cinquanta del ‘900, che costituiscono oggi un patrimonio di immagini davvero prezioso. Assiduo frequentatore della Bottega d’arte Della Chiara, Schiavoni fu amico di pittori e ceramisti come Achille Vildi, Alessandro Gallucci, Guido Andreani, Elso Sora e altri: artisti dei quali ha fotografato alcuni lavori, lasciandoci così anche una preziosa documentazione sull’ambiente culturale pesarese del ‘900. Impiegato come contabile prima presso i Mulini Albani, successivamente nella fabbrica di ceramiche Molaroni, Mario Schiavoni fu in seguito assunto all’INPS.
…Tra le passioni di mio padre c’era anche la musica, e fino a che non perse una mano si dilettava a suonare il violino. La sua vera vocazione però fu la fotografia, racconta ancora Fausto: insieme con l’amico Carlo Betti [di professione insegnante di Ragioneria all’Istituto “D. Bramante” di Pesaro ma ricordato soprattutto per la sua attività di fotografo] si può dire che ha istruito all’arte fotografica un notevole gruppo di pesaresi, alcuni dei quali diventarono anche professionisti. Tra questi appassionati c’era il conte Castelbarco Albani che consultava mio padre per saperne di più sugli ultimi tipi di fotocamere e cineprese. Una volta lo invitò a seguirlo a Milano per l’acquisto di una di queste e gli disse che avrebbe colto l’occasione per comperare un aereo. Mio padre osservò che gli sembrava un po’ troppo cresciuto per giocare ancora coi modellini, ma il conte ribatté che ne avrebbe acquistato uno vero! Penso che si trattasse del Piper di colore rosso che ebbe la sigla I-PINI e che era di base all’aeroporto di Fano.

Dal suo archivio, amorevolmente custodito da Fausto, proviene la fotografia che ritrae la moglie Lola (Agridonia)  con indosso un modello creato dalla Bolognese.


 

Maria Teresa Badioli racconta: la “Bolognese” (2009)

 La mia zia Elide Badioli, sorella del mio papà, si è fermata a guardare la vetrina e la signora Prima, detta ormai “la Bolognese” perché veniva da quella città, guardando questa signora le disse Sa che assomiglia in particolare nel naso, a uno studente universitario che ho conosciuto a Bologna e che si chiamava Badioli? E mia zia: Certo,io sono la sorella di questo Francesco Badioli, poi diventato ingegnere. E così cominciò la conoscenza con la Bolognese.
Poi mia zia Elide condusse dalla Bolognese la mia mamma, Emilia Barbanti, e da allora, io di pochi anni, la Bolognese ci prese a ben volere, in particolare a me, e ripeteva più volte alla mia mamma, lo ricordo bene A questa bambina farò io il vestitino della Prima Comunione. E così fu. Era un abitino di stoffa leggera (per giugno) con tanti buchini che facevano quadratini, stoffa guarnita con un pizzo leggero e piccino nelle ruches che numerose scendevano dalla vitina fino a terra, e pure nei polsi.
La mia Mamma ha continuato a frequentare la Bolognese dagli anni Venti fino al 1950, e così pure io perché nel 1950 mi sono laureata e non potevo più pretendere da mio padre abiti della Bolognese!

Maria Teresa Badioli, 2009

Maria Teresa Badioli Comunione

Pesaro, anni Trenta del ‘900. Maria Teresa Badioli nel giorno della sua Prima Comunione (raccolta Maria Teresa Badioli, Pesaro)

Annunci

Informazioni su miss nettle

cristinaortolanistudio.it | ladirce.it | missnettle.com

  1. Pingback: Farememoria cerca sarte | farememoria

  2. Pingback: Pesaro, Corso XI Settembre 1. Storie di pizzi, tuiles e torroni | Un paese e cento storie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: